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ATTENZIONE ALLA PUTTANA SANTA


Diario


9 luglio 2008

Ieri, oggi e domani

 

Il 1978 è un anno molto difficile. A livello mondiale si prevede una ripresa ma in Italia, a causa dei problemi strutturali dell’economia, sarà così debole che la chiameranno “ripresina”. Alla fine del ’77 l’inflazione galoppava oltre il 18%: secondo il governo a fine anno dovrebbe scendere al 13. Si fermerà invece oltre il 17%, mangiandosi gli stipendi degli italiani nonostante la ‘scala mobile’.

Per fermare l’esplosione del debito pubblico, anziché tagliare una spesa corrente divorata dall’assistenzialismo clientelare, il Parlamento ha votato una legge delirante che blocca le spese in conto capitale: di fatto, è annullato qualsiasi investimento in infrastrutture. Si stanno ponendo le basi di quel ritardo infrastrutturale del paese che tanti problemi ci causa ancora oggi.

Le relazioni sociali sono conflittuali, gli scioperi continui, il sistema industriale vecchio e inadeguato. Il terrorismo rosso e nero insanguina le strade: ogni giorno il telegiornale riporta il bollettino dei morti e dei ‘gambizzati’.

L’azione di governo è paralizzata dalle continue crisi: a inizio anno occorrono 55 giorni di consultazioni per varare il IV gabinetto Andreotti. La credibilità delle istituzioni, già ai suoi minimi storici, crolla definitivamente quando il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone (quello passato alla storia per avere fatto le corna – napoletano verace – ai manifestanti che lo contestavano), è costretto a dimettersi dopo essere stato coinvolto in una serie di scandali finanziari.

Il 16 marzo viene rapito il presidente della Dc, Aldo Moro. Me lo ricordo bene quel giorno. Facevo la quinta elementare. Chiusero le scuole e ci mandarono a casa. La signorina Ines, la direttrice, passava di classe in classe, aveva una faccia agitatissima e ci diceva di andare dritti dritti a casa e di stare bene attenti per strada. Per noi era vacanza, i grandi pensavano che stesse per scoppiare la guerra civile.
Lo ritroveranno morto il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia, nella famosa Renault 4 rossa strategicamente collocata in via Caetani: pieno centro di Roma, esattamente a metà strada tra la sede della Dc e quella del Pci, zona teoricamente controllatissima.

Nell’Argentina dei generali golpisti si giocano i Mondiali di calcio. I padroni di casa vincono ma, si sospetta, grazie al doping. Intanto nei cinema impazza La febbre del sabato sera e Staying Alive dei Bee Gees è in testa alla hit parade, ma in classifica ci sono anche Meteor Man di Dee Dee Jackson, Alan Sorrenti e i suoi Figli delle stelle, la sigla di Heidi e quella di Atlas Ufo Robot, il Generale di De Gregori e la Queen of Chinatown di Amanda Lear.

Eppure, in quell’anno così difficile, il Parlamento trova il tempo di approvare due leggi straordinariamente avanzate.
Una è la 180/78, la ‘legge Basaglia’, che pur con tutti i suoi limiti e pur applicata male, è tuttora universalmente considerata la legge più avanzata al mondo in tema di disagio mentale.

E l’altra naturalmente è la legge 194, quella sulla interruzione volontaria di gravidanza. Una legge equilibrata che, infatti, fa diminuire il numero di aborti salvando le donne dall’incubo delle mammane. Una legge autenticamente laica, nel senso migliore del termine, perché pone il limite tra feto e individuo con un criterio assolutamente oggettivo: il feto è considerato tale finché rimane un essere che, biologicamente, non potrebbe vivere staccato dalla madre, cioè entro i primi 90 giorni.
Quando, tre anni dopo, il Movimento per la Vita promuove un referendum per ridurre i casi di liceità dell’interruzione volontaria, subisce una pesante sconfitta: i ‘no’ sono il 68% dei voti validi. È un altro sonoro schiaffo alla chiesa, dopo quello del referendum sul divorzio del 1974.

Sono passati trent’anni da quel drammatico 1978. Mentre allora si combatteva un’inflazione a due cifre, oggi gi preoccupiamo di un 3 e qualcosa per cento. Mentre allora si lottava con le svalutazioni, oggi siamo protetti dall’euro.
Negli anni ’70 a Milano, tra vittime del terrorismo e della criminalità comune (ricordate i film modello Milano spara, la polizia risponde?), si contavano 300 morti l’anno. Erano i tempi di Vallanzasca e di mafia e ‘ndrangheta che, grazie ai boss al confino, mettevano solide radici al nord. Oggi l’‘emergenza sicurezza’ sono i bambini rom da schedare.

Eppure oggi, quando si prova a porre il problema dei diritti, ci sentiamo rispondere che “con tutti i problemi che ci sono oggi, dovremmo preoccuparci del matrimonio e delle adozioni gay!”. Tutte palle. Palle anche la storia della chiesa. La chiesa era potente anche allora. La Dc era al governo ininterrottamente da più di trent’anni, spesso da sola.

Il problema non sono i problemi, scusate il bisticcio. Il problema è la mancanza di passione civile. Nelle elezioni del 1946, col paese distrutto fisicamente e moralmente, si diede finalmente il diritto di voto alle donne: era un grande gesto di civiltà, e nessuno si sognava di dire che “con tutti i problemi che abbiamo figuriamoci se dobbiamo star qui a parlare di voto alle donne”.

Tutti erano consapevoli che per la rinascita del paese il tema dei diritti veniva ancora prima di quello della ricostruzione. Tutti erano consapevoli che l’estensione di un diritto rappresenta un rafforzamento di quel diritto, e non certo un suo indebolimento.

Oggi invece vorrebbero farci credere che estendere alle famiglie gay i diritti di quelle eterosessuali minaccerebbe la famiglia stessa. È vero il contrario, e i signori (le signore) coi gonnelloni color porpora lo sanno bene. Per questo si oppongono così fieramente. È vero il contrario: estendere questi diritti significherebbe rafforzare, ampliandolo, il concetto di famiglia. Una famiglia costruita sulle relazioni umane, e non giustificata per fede. Che nasce unicamente dalla scelta consapevole, e non dal dovere. Se si ampliasse a tutti coloro che scelgono di condividere un percorso di vita, e magari di includere in questo percorso altri piccoli esseri umani a cui donare tutto il donabile, il concetto di famiglia non si baserebbe più sul dovere della procreazione ‘naturale’ imposta dal ‘piano divino’.

Sono passati più di tre secoli, eppure nulla è cambiato dai tempi di Galileo. La libera scelta rimane ciò di cui questi signori hanno più paura. La scelta di guardare nel cannocchiale per vedere da sé cosa c’è nel mondo, piuttosto che accettare passivamente il sacro testo. Anzi, peggio ancora, una certa interpretazione del sacro testo, che mi viene spacciata come l’unica possibile perché chi me la propina sarebbe depositario di non si sa quale tradizione di verità. Bellarmino sapeva benissimo che Galileo aveva ragione, e per questo non volle guardare nel cannocchiale. Non perché fosse un ignorante fanatico, tutt’altro.

Oggi come allora, questi personaggi sono tutt’altro che degli sciocchi integralisti. Sanno benissimo quello che fanno. Sono furbi, molto furbi. Che è molto più pericoloso che se fossero fanatici. Il potere è la loro ragione di vita. Il potere più viscido che si possa immaginare, quello imposto alle coscienze con la paura. I nostri diritti toglierebbero loro una parte di potere: non c’è niente di più insopportabile per loro.

Per questo dobbiamo continuare a combattere: perché combattiamo non solo per noi, ma per tutti. Prima o poi la gente lo capirà: in fondo, alla fine, anche Galileo ha vinto.



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permalink | inviato da Korben il 9/7/2008 alle 13:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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